Più osservo quello che sta succedendo nel mondo dell'intelligenza artificiale, più mi convinco che siamo nel mezzo di una gigantesca operazione economica e industriale, le cui conseguenze potrebbero essere molto diverse da quelle che ci vengono raccontate.
Ho maturato una convinzione: le grandi aziende americane dell'AI, in particolare OpenAI e Anthropic, stanno sostenendo uno sforzo straordinario per conquistare un vantaggio tecnologico significativo sulla concorrenza cinese.
Non so se questa sia una strategia deliberata e coordinata, ma osservando la velocità con cui vengono presentati nuovi modelli, la potenza di calcolo impiegata e le enormi risorse investite, la sensazione è proprio questa.
Il problema è che una corsa del genere costa cifre spaventose. E difficilmente potrà continuare indefinitamente.
Una corsa che brucia capitali
Le cifre cominciano a essere impressionanti.
Secondo quanto riportato da Reuters, Anthropic ha registrato nel 2025 una perdita operativa superiore a 8 miliardi di dollari e ha assunto impegni infrastrutturali futuri per centinaia di miliardi. Le perdite nette sono ancora più elevate, anche se comprendono importanti componenti contabili che non rappresentano uscite immediate di denaro.
Anche OpenAI continua a cercare finanziamenti enormi.
Non stiamo parlando di qualche startup che cerca di raggiungere il pareggio di bilancio. Stiamo parlando di un'industria che richiede investimenti di dimensioni difficili persino da immaginare.
E allora mi pongo una domanda: qual è il vero obiettivo economico di questa accelerazione?
La mia ipotesi è che la quotazione in Borsa rappresenti un passaggio fondamentale. Non necessariamente per estinguere direttamente debiti, ma per ottenere nuovi capitali, valorizzare investimenti già effettuati e trasferire una parte crescente del rischio sui mercati finanziari.
La futura quotazione di queste aziende potrebbe essere il momento nel quale dovranno dimostrare che le valutazioni astronomiche attribuite loro hanno un fondamento economico.
E sarà allora che, temo, molte cose cambieranno.
La fine dell'illusione delle tariffe flat
Oggi possiamo utilizzare strumenti straordinariamente potenti pagando abbonamenti relativamente accessibili.
Ma quanto durerà?
Già adesso le cosiddette tariffe flat sono spesso tali soltanto nel nome. Esistono limiti di utilizzo, quote temporali, priorità differenti e restrizioni sulle funzionalità più costose.
La strada verso una segmentazione sempre più marcata dell'offerta è già visibile.
La mia previsione è che, quando queste aziende saranno costrette a dimostrare una redditività sostenibile, assisteremo a un aumento significativo dei prezzi e a un progressivo ridimensionamento degli abbonamenti a consumo apparentemente illimitato.
L'accesso ai modelli migliori potrebbe diventare un servizio riservato a chi può permettersi di pagare cifre importanti.
E non parlo soltanto di qualche funzionalità aggiuntiva.
Parlo dell'accesso a strumenti capaci di programmare, progettare, fare ricerca, automatizzare attività e moltiplicare enormemente la produttività individuale.
Il problema dell'hardware
C'è poi un altro elemento che mi preoccupa.
A fronte di miglioramenti tecnologici impressionanti, continua a mancare una soluzione hardware realmente economica, accessibile e sufficientemente potente per eseguire localmente i modelli più avanzati.
Naturalmente esistono modelli aperti, sistemi quantizzati e soluzioni che funzionano anche su hardware relativamente modesto. Io stesso considero questa strada fondamentale.
Ma il divario tra ciò che si può eseguire a casa e ciò che richiede enormi infrastrutture rimane considerevole.
Questo significa che, almeno per il momento, chi vuole utilizzare le capacità più avanzate dell'AI deve quasi necessariamente dipendere dai grandi fornitori di servizi.
E la dipendenza tecnologica diventa inevitabilmente anche una dipendenza economica.
Il vero pericolo: l'AI divide
Arriviamo così al punto che considero più inquietante.
Da anni parliamo di digital divide, la separazione tra chi dispone degli strumenti digitali e chi ne rimane escluso.
Ma quello che rischiamo di vedere con l'intelligenza artificiale è qualcosa di molto più profondo.
Un AI divide, una frattura tra chi potrà permettersi di aumentare enormemente le proprie capacità intellettuali e produttive attraverso l'intelligenza artificiale e chi dovrà continuare a competere contando soltanto sulle proprie risorse.
Non sarebbe semplicemente una questione di maggiore comodità.
Chi dispone degli strumenti migliori potrebbe imparare più velocemente, lavorare meglio, costruire imprese, sviluppare prodotti e accumulare ulteriore ricchezza.
Chi ne rimane escluso rischierebbe invece di perdere progressivamente competitività, reddito e autonomia.
E qui si potrebbe innescare un meccanismo terribile: chi è ricco diventa sempre più ricco perché dispone dell'intelligenza artificiale migliore; chi è povero diventa sempre più povero proprio perché non può permettersela.
Un circolo vizioso dal quale potrebbe essere estremamente difficile uscire.
Il futuro meraviglioso raccontato da Elon Musk
Elon Musk parla spesso di un futuro caratterizzato da abbondanza, robot capaci di produrre praticamente qualsiasi cosa e perfino redditi elevati garantiti a tutti grazie all'intelligenza artificiale.
È una visione affascinante.
Ma ogni volta che ascolto queste previsioni mi viene spontanea una domanda.
Tutti, esattamente chi?
Chi possiederà i robot? Chi controllerà i modelli? Chi avrà la proprietà delle infrastrutture e dell'energia necessaria per farle funzionare?
Soprattutto, chi deciderà come distribuire la ricchezza prodotta da queste macchine?
Perché l'aumento della ricchezza complessiva non implica automaticamente una distribuzione equa.
Potremmo ritrovarci in un mondo enormemente più produttivo, ma nel quale i benefici di questa produttività finiscano concentrati nelle mani di una minoranza.
E allora il futuro di prosperità annunciato da Musk potrebbe rivelarsi una realtà soltanto per chi è riuscito a conquistare una posizione privilegiata prima che il sistema si consolidasse.
Per tutti gli altri, il treno potrebbe essere già partito.
E chi resta fuori?
Questa è la parte più cupa del mio ragionamento.
Immagino una società nella quale una minoranza dispone di strumenti tecnologici straordinari, vive in condizioni di benessere crescente e controlla sistemi produttivi sempre più automatizzati.
E una maggioranza che rischia di diventare progressivamente meno necessaria dal punto di vista economico.
Non perché le persone non abbiano valore, ma perché il sistema potrebbe non avere più bisogno del loro lavoro.
In una società incapace di distribuire la ricchezza generata dall'automazione, l'esclusione potrebbe trasformarsi in povertà permanente, marginalità e disperazione.
Quando penso al fentanyl e alle devastazioni sociali provocate dalla crisi degli oppioidi, vedo anche il simbolo estremo di ciò che può accadere quando intere comunità perdono prospettive e speranza.
Non sostengo che questo sia un destino inevitabile. Ma temo un futuro in cui a una parte della popolazione vengano offerte tecnologie miracolose e a un'altra rimangano soltanto gli strumenti per sopportare l'esclusione.
Dove passerà il confine?
Forse questa è la domanda più importante di tutte.
Non sappiamo ancora dove sarà tracciata la linea di separazione.
Tra chi guadagna mille euro al mese e chi ne guadagna cinquemila? Tra chi possiede un'azienda e chi lavora come dipendente? Tra chi vive nei paesi industrializzati e chi vive nel resto del mondo?
Oppure il confine sarà molto più in alto, lasciando dalla parte dei privilegiati soltanto una percentuale minuscola della popolazione mondiale?
Non possiamo ancora saperlo.
Esistono anche possibilità diverse: modelli aperti sempre più efficienti, hardware meno costoso, iniziative pubbliche e nuove forme di distribuzione della ricchezza potrebbero evitare questo scenario.
Ma non credo che accadrà automaticamente.
Continuo a considerare l'intelligenza artificiale una delle più straordinarie conquiste tecnologiche della storia umana. Proprio per questo mi preoccupa tanto l'idea che possa trasformarsi nel più potente strumento di concentrazione della ricchezza mai realizzato.
Il mio timore non è che le macchine diventino più intelligenti degli esseri umani.
È che pochi esseri umani, grazie alle macchine, diventino talmente più potenti degli altri da rendere impossibile recuperare il distacco.
E quando questo accadrà, se accadrà, potrebbe non esserci più nessun treno sul quale salire.










